La storia: Unità d'Italia

Per provocare l'Austria, le truppe piemontesi si misero a compiere massicce manovre militari ai propri confini. La risposta austriaca fu immediata e l'Austria diede l'ultimatum al Piemonte di cessare immediatamente tali operazioni. Con il rifiuto da parte di Cavour era la guerra. Mentre le truppe austriache passarono il Ticino per attaccare il Piemonte, quelle francesi si mettevano in moto per unirsi ai piemontesi. Tutto il corso della II guerra d'indipendenza dimostrò l'importanza dell'aiuto francese. Il corpo di spedizione, guidato dallo stesso Napoleone III era quasi il doppio delle armate sarde; soprattutto ad esso si devono le grandi vittorie di Magenta e Solferino; nel contempo   Garibaldi che era alla testa di un gruppo di volontari, i cosiddetti Cacciatori delle Alpi, liberava prima Como e poi Varese; frattanto, insurrezioni popolari travolgevano i troni del Granduca e dei duchi di Parma e di Modena. Ma Napoleone III che non voleva un forte stato unitario ai confini della Francia, si affrettò a concludere con l'Austria l'armistizio di Villafranca. Secondo questi accordi solo la Lombardia passava al Piemonte, mentre il Veneto restava all'Austria. Negli altri stati avrebbero dovuto ritornare i sovrani spodestati. Ma la volontà popolare, espressa in plebisciti, votò all'unanimità per l'annessione al Regno di Sardegna. Intanto stava affermandosi in Italia una corrente politica che si dimostrava intenzionata e capace di strappare l'iniziativa di portare avanti l'unificazione della Penisola. Si trattava del Partito d'Azione attorno al quale andavano raccogliendosi tutti i patrioti che riconobbero la loro guida in Giuseppe Garibaldi. Costoro ben presto poterono agire quando in Sicilia scoppiò un'insurrezione e con la mitica Spedizione dei Mille, Garibaldi costrinse alla  resa il governo borbonico. Dopo poche settimane, l'esercito garibaldino varcava lo stretto, da tutte le province borboniche i patrioti insorgevano e si associavano alle truppe vittoriose. Garibaldi entrava così da trionfatore a Napoli. Nel frattempo l'esercito piemontese annetteva le Marche e l'Umbria e varcavano la frontiera napoletana. All'alba del 26 ottobre 1860, presso Teano avvenne l'incontro tra Garibaldi e il re Vittorio Emanuele in cui l'eroe salutò il re col grido "Viva il re d'Italia". Era il 17 marzo 1861 quando tutta la penisola fu unificata (salvo il Veneto che restava sotto l'Austria e lo Stato pontificio per l'opposizione dei francesi) e viene proclamato il Regno d'Italia. Gli inizi del Regno d'Italia furono molto difficili per le disastrose condizioni in cui si trovava buona parte della penisola. Molto grave si presentò, fin dall'inizio, la "questione meridionale" a causa dell'arretratezza delle regioni del sud d'Italia. Dopo la morte di Cavour, in un primo tempo ebbero il potere gli uomini del partito moderato che sistemarono le finanze, aprirono scuole, impostarono lavori pubblici, ordinarono l'amministrazione e l'esercito. Ma per fare ciò dovettero aumentare le imposte, come l'odiosissima imposta sul macinato che provocherà l'aumento del prezzo del pane, e stabilire il servizio militare obbligatorio, suscitando malcontento in vasti strati del popolo. Questi ultimi, abbandonati a se stessi, senza una guida capace di incanalare il loro malcontento e suscitargli soluzioni realistiche, si trovarono così quasi di necessità indotti ad esprimere la loro protesta e il loro rancore nelle forme più elementari ed immediate come il brigantaggio. Poiché il problema meridionale era quello della terra, i beni confiscati, sia ecclesiastici che feudali, furono acquistati da chi teneva i capitali: gli acquirenti furono i vecchi aristocratici, che avevano i soldi, e quindi vi fu un ampliamento del numero e delle estensioni dei famigerati latifondi. Ad Olevano troviamo immense distese di terreno in mano a poche famiglie: Pennese, Farina, Formosa, Di Gaeta. Inoltre, i soldi sborsati per l'acquisto dei terreni dalla classe agiata non furono utilizzati per la modernizzazione dell'agricoltura, ma deviati per altri usi. Fu l'economia del sud a pagare le spese dell'incremento produttivo delle industrie del nord, vedendosi sottrarre i capitali senza ottenere nessun miglioramento. Anche la risorsa sfruttabile del mare restò inutilizzata, anzi bloccata.

Nel 1866 la Prussia, in vista di una guerra contro l'Austria, nella persona del suo ministro Ottone di Bismarck, si era avvicinata all'Italia, i cui interessi in quel momento coincidevano con quelli della Prussia; all'Italia interessava l'annessione del Veneto. Fu un conflitto molto breve ed anche se i nostri eserciti subirono le sconfitte di Custoza e di Lissa, grazie ai prussiani che misero in ginocchio l'Austria e la costrinsero ad accettare le condizioni della pace di Vienna, all'Italia toccò il Veneto, ma non i territori di Trento e di Trieste. I risultati furono dunque abbastanza positivi. Il Bismarck però mirava a raggiungere l'egemonia su tutto il continente europeo. Ma su questa strada si trovava di fronte l'impero francese di Napoleone III. Appunto Napoleone, proteggendo lo Stato pontificio, impediva l'unione di Roma all'Italia. Ci proverà Garibaldi che tenta un colpo di mano ma viene sconfitto e ferito  a Mentana dove le truppe francesi fecero uso di fucili di nuovo modello, ben più efficaci  di quelli dei suoi volontari. Ma a Roma si doveva arrivare pochi anni dopo. Scoppiata la guerra tra la Francia e la Prussia nel 1870, Napoleone III dopo i primi insuccessi militari, cercò di indurre l'Italia ad entrare in guerra al suo fianco agitando il ricordo dell'alleanza durante la II guerra d'indipendenza e di ciò che egli aveva fatto per la causa italiana. Ma ben più recente era il ricordo di Mentana e del sangue garibaldino versato per mano francese. L'Italia restò pertanto neutrale e,  quando l'impero napoleonico cadde sotto i colpi prussiani, essendo venuta meno l'opposizione di Napoleone III, un corpo di bersaglieri, dopo essere riuscito ad aprire un varco nelle mura della città (la breccia di Porta Pia), poté entrare in Roma il 20 settembre 1870.