
Il risorgimento
Con la
caduta di Napoleone, le nazioni vincitrici si riunirono
in un congresso a Vienna e restaurarono, tra gli altri, sul trono d'Italia la
vecchia dinastia trascurando il desiderio di libertà ed indipendenza del
popolo italiano. Quindi a Napoli tornò sul trono Ferdinando IV di Borbone come re delle
Due Sicilie.
Si apriva così per l'Italia il lungo e doloroso ma glorioso periodo del
risorgimento,
ovvero della lotta per l'unità, la libertà dallo straniero e la conquista
di quei diritti che la rivoluzione francese aveva insegnato al mondo.
L'Italia fu uno dei paesi più sacrificati dalle deliberazioni del Congresso di Vienna sia per la deframmentazione dello stato, con la sua suddivisione in stati e statarelli senza autorità e prestigio, che per la dimostrazione degli stessi ad essere vassalli dell'Austria. Ciò indusse ad incanalare l'odio di tutti i patrioti contro un unico bersaglio: gli austriaci erano i nemici da battere.
Nacquero così le società segrete; la carboneria, che che ebbe il suo culmine con i moti in Emilia Romagna nel 1831, capeggiati da Ciro Menotti e repressi dall'intervento austriaco, e successivamente dalla Giovine Italia, fondata da Giuseppe Mazzini che mirava ad uno Stato italiano unitario, indipendente dallo straniero, libero e repubblicano.
Costui era un carbonaro genovese che aveva preso parte all'attività cospirativa e per questo motivo aveva patito il carcere e poi l'esilio.
Il fallimento dei precedenti moti carbonari lo indussero a correggere le deficienze della Carboneria, ideando un piano politico ed unendo i patrioti italiani sotto un'unica bandiera per un'azione popolare organizzata, cose che difettavano alla vecchia associazione che era legata ad interessi locali.
Purtroppo il passaggio all'azione non fu fortunato: il tentativo di far insorgere Savoia e Genova fù stroncato da Carlo Alberto (1834); si concluse tragicamente a Crotone il tentativo di Attilio ed Emilio Bandiera (1844); fu soffocato il moto in Romagna nel 1845; avrà esito infelice la spedizione di Carlo Pisacane a Sapri nel 1857.
Ci si avvia verso il 1848 che segna l'anno in cui scoppiarono numerose
rivoluzioni in tutta l'Europa. In Italia si ebbe l'inizio della I guerra d'indipendenza
con la rivolta di Venezia e la rivoluzione di Milano con le memorabili
"cinque giornate". L'aiuto di Carlo Alberto, re del Regno di
Sardegna, si rilevò importante per vincere le battaglie di Valeggio, Pastrengo,
Peschiera, ma costui mirava ad ampliare il proprio stato, per cui concesse un plebiscito
per far annettere la Lombardia e i ducati di Parma e Modena al regno sabaudo.
La guerra intanto prendeva una brutta piega: a Custoza l'esercito di Carlo Alberto subì una cocente sconfitta, ciò lo indusse ad accettare un armistizio con gli austriaci.
Frattanto l'azione rivoluzionaria in Italia non si era certo sopita nonostante l'insuccesso
di Carlo Alberto. Anzi, essa si propagava dal nord al centro della penisola, che portarono
a vasti mutamenti politici sia a Firenze che a Roma.
La tenace resistenza
romana, con al potere un triumvirato democratico composto da Mazzini, Armellini e Saffi, e
la ripresa delle ostilità di Carlo Alberto, che rompeva l'armistizio con gli austriaci
riprendendo la guerra austro-piemontese ne sono la conferma.
Purtroppo
essa durò solo quattro giorni, da 20 al 23 marzo 1849, e si chiuse disastrosamente, con
la battaglia di Novara che vide la disfatta totale dell'esercito di Carlo Alberto che
abdicò in favore del figlio Emanuele II per salvare il proprio regno. Così, le
reazioni austriache e degli stati ad essa legati, ebbero ben presto ragione sui
superstiti centri della libertà italiana.
Nemmeno Garibaldi, che accorse
a Roma con diecimila volontari riuscì a salvare la capitale e poco dopo
anche Venezia, ove imperversava la fame e il colera, chiese la resa.
Con la fine del
grande sussulto rivoluzionario, i principi italiani dettero il via ad una
spietata repressione contro quei gruppi che aveva
partecipato alla rivolta e contro tutti coloro che manifestassero un'opposizione
qualsiasi.