Il Masaniello salernitano

La decadenza italiana, già iniziata nel '500, si accentuò ulteriormente. A Napoli, la Spagna manteneva un vicerè  che si arricchiva in modo vergognoso impossessandosi e conducendo in Spagna ricchi bottini. Essi trovarono alleati nell'aristocrazia locale, nei baroni che continuavano la loro tradizione di sfruttamento ed oppressione del popolo. Tutto questo stato di cose apparve ingiusto alla borghesia intellettuale supportata dal clero.  Fu così che nel 1647, quando il Consiglio dei baroni stabilì una nuova tassa sulla frutta, alimento principale dei poveri, la popolazione insorse, trovando un capo in un pescivendolo, Masaniello. La rivolta di Napoli fu il segnale di una ribellione generale di tutto il regno, a Capua, Aversa, Nola, Salerno la sollevazione assunse anche tinte drammatiche al grido "Viva il re e muoia il malgoverno".
Il popolo dunque, chiede giustizia contro i feudatari con l'abolizione di tasse e gabelle, ma il movimento dura poco. Masaniello è proclamato Preposto e Prefetto Generale del Fedelissimo Popolo Napolitano , toglie le gabelle e dichiara " è venuta l'ora tanto da noi desiderata del nostro riscatto.....vi prometto che libererò questa città da tante oppressioni ed a godere l'abbondanza che Iddio ci manda e che da questi cani che ci governano ci viene tolta " ma il suo comando non dura che nove giorni.
Preso da manie di grandezza, viene massacrato dai suoi stessi sostenitori.

Nel 1647, parallelamente alla rivolta napoletana capeggiata da Masaniello, scoppiò a Salerno un moto popolare contro le ingiustizie sociali che funestavano la città e, più in generale, tutti i possedimenti italiani della monarchia asburgica, capeggiato dal pescivendolo Ippolito di Pastena.

All'epoca dei moti, le condizioni sociali ed economiche del popolo salernitano rasentavano la miseria più nera, soprattutto se paragonate ai privilegi di cui godevano le poche famiglie nobili della città. Ippolito era reduce da dieci anni di galera, quando le voci sulla rivolta napoletana raggiunsero Salerno. L'uomo si era appena arruolato nelle milizie mercenarie del Duca di Nocera, composte perlopiù da briganti e delinquenti senza scrupoli, che approfittavano della caotica situazione dovuta alla caduta della famiglia Sanseverino (Salerno era, di fatto, una città senza reggente) per portare scompiglio in città. La sua furbizia gli fu utile per trasformare delle semplici razzie da briganti in un moto popolare organizzato: Ippolito instillò nel popolo l'odio per i privilegiati, toccando il tasto della vendetta sociale e cavalcando l'entusiasmo che avevano provocato le voci provenienti da Napoli.

Ippolito raggruppò, quindi, un esercito di soldati popolani, male armati e per nulla istruiti, e prese possesso di Salerno e di molti paesi della provincia. Scelse di dislocare il comando della rivolta poco lontano dal centro cittadino. Il deposito del Comando Popolare venne ubicato nell'antico Forte La Carnale, una fortificazione sul mare costruita nel XVI secolo per difendere la città dagli assalti dei Saraceni.

Gli spagnoli ripresero una prima volta possesso della città. Ma l'8 dicembre 1647, Ippolito marciò nuovamente su Salerno e la rioccupò. I francesi, in lotta con gli spagnoli per il predominio politico dell'epoca, appoggiarono la rivolta salernitana. Ippolito approfittò dell'improvviso potere per costruirsi una notevole ragnatela di rapporti politici con i potenti dell'epoca. Dopo la morte di Masaniello, il Duca di Guisa conferì a Ippolito il titolo di vicario generale della Basilicata e del Principato, estendendone, di fatto, l'autorità anche su Napoli, dove Ippolito si trasferì.

Il pescivendolo, diventato condottiero, venne poi sconfitto dagli Asburgo, che rioccuparono Napoli il 5 aprile 1648, costringendolo alla fuga. Si rifugiò, allora, a Salerno, che ormai stava per capitolare a causa della scarsità di mezzi da opporre agli Spagnoli. Ippolito sciolse l'esercito e riparò a Roma.

Bastò poco, però, perché Ippolito ritornasse prepotentemente sulla scena. Il condottiero si presentò sul vascello del comando della flotta francese, nel golfo di Salerno, il 9 agosto del 1648, a fianco del Comandante Tommaso Carignano di Savoia e, dopo aspri combattimenti, con l'aiuto dall'interno della città dei sostenitori di Ippolito, riuscirono a conquistare la parte nord e Vietri.
La città di Cava dei Tirreni, però, oppose una strenua resistenza popolare e la riconquista completa di tutta Salerno fallì. L'impresa fu abbandonata e Ippolito si ritirò insieme alla flotta di Tommaso Carignano di Savoia.

Nel 1654, infine, Ippolito spalleggiato dal Duca di Guisa, tentò, con uno sbarco a Castellammare di Stabia, di agitare una nuova sommossa contro gli Asburgo, senza riuscirci.

Di Ippolito di Pastena si perdono le tracce nel 1656. Il condottiero potrebbe essere morto di peste, durante la terribile epidemia di quell'anno, e il suo corpo sarebbe stato bruciato. Questa è l'ipotesi più attendibile.
Il suo nome, comunque, venne per secoli accumunato a quello dei tanti delinquenti comuni e briganti messi a morte dagli Spagnoli nel periodo della loro dominazione sul Meridione.

Le sue gesta vengono raccontate in un libro scritto nel 1908 da Giacinto Carucci, dal titolo "Il Masaniello Salernitano".