
Messa Bizantina
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Nella Grotta di San Michele Arcangelo, scenario mistico di religione e riti antichi, nella cappella principale del santo patrono viene celebrata la santa messa con il rito Greco-Bizantino. L’avvenimento viene riproposto ogni anno, ed Olevano sul Tusciano ospita i fedeli dell’Eparchia di Lungro, provincia di Cosenza: una delle tre circoscrizioni ecclesiastiche Bizantine-Cattoliche presenti in Italia. |
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La
comunità Albanofona di Vaccarizzo Albanese (una delle 27 parrocchie
dell’Eparchia di Lungro) celebra nella Grotta di San Michele la Divina
Liturgia di San Crisostomo. |
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Nelle Grotte dov’è presente il passaggio di culture antiche
orientali, un millennio fa viveva una comunità monastica
Bizantina (i monaci brasiliani). |
Attraverso varie ricerche è stato possibile ricostruire, tranne alcune
particolarità, una tipica funzione religiosa tenuta dai monaci bizantini di Olevano Sul Tusciano. Essendo loro monaci di origine greca, vari elementi li
caratterizzavano, quali “in primis” lo sfarzo delle vesti: i lunghi drappi erano
istoriati con fili d’oro ed impreziositi di gemme, i cappelli erano lunghi e
cilindrici, il tutto teso a dare alla scena un aspetto maestoso e
sovrannaturale.
Altri aspetti sono i canti melodici e strazianti, come quelli
che oggi si possono udire nelle chiese ortodosse della Grecia, ed il
simbolismo di tutta la funzione.
Ciò che salta subito agli occhi è
il fatto che la processione che precede la messa inizia dall’ultimo martyrium, si inoltra per le
strade indicate nell’oscurità dal suggestivo sentiero di candele, e finisce poi
nella basilica di San Michele, più o meno all’entrata della Grotta dove ha luogo
il rito.
Ciò ricalca sicuramente molti dei riti pagani in cui il simbolismo
delle funzioni serviva ad indicare la loro importanza e ne diveniva parte
integrante.
Infatti la scena della folla che dall’antro scuro giunge all’entrata
dove i raggi solari riescono ad arrivare, è l’immagine della rinascita,
dell’uomo che dall’oscurità dell’ateismo, o dell’eresia come quella di Ario,
incontra la luce della fede cristiana, o che dalla confusione giunge alla
saggezza ed alla risoluzione, o che dalla freddezza della vita, ritrova la luce,
il calore e la bellezza della natura.
A capo della processione sta l’Abate,
ovviamente mitrato, gli seguono i monaci e, per ultimo, il popolo.
La funzione
ha inizio, la processione parte solenne, ed animata solo dai canti che
rimbombano all’interno della grotta.
Le lingue utilizzate sono due: il latino
per il popolo di Olevano, ed ovviamente il greco, che fa sentire tutti i monaci
come fossero nella loro madre patria, nonché per lo stesso ossequio ad essa.
Terminata la processione, ci si ritrova nella basilica, alla luce, e qui si
prende posto.
L’Abate si siede nella sede centrale, i monaci si dividono: quelli
officianti occupano il presbiterio, mentre i cantori si siedono sui lunghi
sedili che fronteggiano le pareti affrescate.
Il popolo si adagia come può nello
spazio rimastogli. Iniziano i salmi cantati ai quali fa eco la folla.
In questo
momento i monaci sono già intenti a diffondere l’incenso che si fonde col
profumo di muschio. Poi quattro uomini scelti apprestano la tenda con la quale
isolano presbiterio ed altare, e qui la funzione è ristretta ai soli celebranti,
ed alcuna notizia è giunta a noi.
Perché l’Abate ed i monaci si isolavano? Cosa
dicevano? Cosa facevano?
Sarebbe un gran bel merito poter un giorno rispondere a
queste domande…
Alla fine di questa misteriosa “riunione”, la tenda si alza ed
inizia a muoversi tirata dai quattro dignitari.
Senza che si muovano, i monaci
escono ad uno ad uno, e solo l’Abate rimane sotto il baldacchino di seta, mentre
avanza tra il popolo a cui da la sua benedizione innalzando l’ostensorio.

