
La leggenda di San Michele
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Si racconta che al tempo della ribellione di
alcuni Angeli contro Dio, le due alture di Olevano, monte
Castello e monte Aureo, siano state i teatri della fase
finale della lotta che segnò la sconfitta degli Angeli
ribelli capeggiati da Lucifero. |
Infatti, lentamente ma inesorabilmente sospinto finì per rotolare
giù dalla china fino a fermarsi sopra un duro e compatto macigno.
Qui poté riflettere sulle sue disgrazie e rendersi conto di essere
stato battuto al suo stesso gioco.
Colto da una profonda amarezza con enorme sdegno sferrò col suo zoccolo tondo e
ferreo un duro calcio alla roccia su cui era seduto.
L'orma del diavolo restò impressa nella pietra ed è ancora oggi possibile vederla in quel posto che viene comunemente
chiamato zampa del diavolo.
Ogni passante che si accinge a scalare la montagna per
ascendere alla grotta del Santo, per non incorrere nelle ire furiose del
demonio imbestialito per la
sua imbecillità, rispetta la tradizione di raccogliere tre sassolini
e deporli nella buca.
Ma il calcio sferrato alla roccia provocò al malcapitato Lucifero
altre disgrazie.
Infatti l'azione stessa e la forza impegnata per sferrare il colpo
alla roccia, gli fece
perdere l'equilibrio e rotolò da quel punto fin nelle acque del
Tusciano.
Lungo il tratto attraversato dal diavolo ogni vegetazione scomparve per sempre e
restò evidente la nuda roccia ed un pauroso precipizio che in linea retta e posizione
obliqua dal sentiero che conduce alla grotta cade nel letto del fiume ed è chiamato
scivolatoio del diavolo.
Così l'arcangelo Michele umiliò il diavolo, lo mise ai suoi piedi
e glorificò Iddio, con una frase che è ancora oggi si può leggere sulla statua del
santo: QUIS UT DEUS.