Alla grotta di San Michele: Speleologia

La Grotta di S. Michele Arcangelo
(difficoltà: facile; attrezzatura: impianto illuminazione)

La Grotta di S. Michele Arcangelo, nota anche come Grotta dell’Angelo, si apre alla quota di circa 615 m slm, sul fianco sinistro della profonda valle incisa del Fiume Tusciano, circa 3 chilometri a nord est dal centro di Olevano sul Tusciano.
La cavità, ricca di stalattiti e stalagmiti, è larga fino a circa 50 m ed alta anche 40 m sviluppandosi per circa 1000 m lungo le pendici occidentali del M. Raione. Essa comunica, attraverso una fenditura, con la Grotta di Nardantuono, così chiamata dal nome del brigante Antonio Di Nardo.>/td>
Il sistema carsico S. Michele - Nardantuono si sviluppa all’interstrato tra dolomie, calcari dolomitici e calcari di età mesozoica, ed è costituito da un ramo principale con direzione est/ovest e da una diramazione secondaria con direzione nord–est/sud–ovest, collegati da uno stretto passaggio.La sua evoluzione è stata interessata da fenomeni graviclastici che ne hanno determinato l’ampliamento fino a raggiungere le attuali dimensioni. Prova di ciò sono il tipico profilo a “cassetta”, l’andamento suborizzontale, l’elevato stato di concrezionamento, la presenza di numerosi massi di crollo che vanno dal piccolo ciottolo a pacchi di strato di parecchi metri cubi, spesso ricoperti di incrostazioni stalagmitiche, oltre che da guano. L’insieme di tali osservazioni fanno ritenere che la grotta costituisca il relitto di un antico sistema carsico, dislocato a varie quote dagli eventi tettonici surrettivi, di un ciclo morfogenetico sviluppatosi nel corso del Pliocene medio- sup. e del Pleistocene inferiore e ormai allo stato fossile (Cinque et al., 1982).Molto probabilmente la parte attualmente esplorabile è solo una piccola porzione di un sistema carsico più sviluppato, che si protrae nel massiccio e che non è praticabile, per la presenza di stretti cunicoli e ostruzioni createsi per i crolli della volta e per le ripetute fasi di concrezionamento. 
Infatti, nel tratto finale la grotta subisce una brusca variazione di direzione e termina in corrispondenza di un cono detritico parzialmente cementato il cui apice si congiunge alla volta, lasciando aperto uno stretto cunicolo dal quale proviene una forte corrente d’aria che lascia intuire una sua prosecuzione. Disostruito il passaggio per oltre 25 m, i ricercatori vi hanno ritrovato numerosi cocci ceramici appiattiti e chiaramente elaborati dall’acqua, alcuni resti di tronchi carbonizzati e scheletri di animali.
Questo complesso carsico, in effetti, riveste un indubbio interesse preistorico, archeologico e storico.
Nella Grotta di S. Michele, inoltre, vi sono sette cappelle e quella centrale, dedicata a S. Michele, è adorna, negli absidi e sulle pareti della navata, di interessanti affreschi raffiguranti il ciclo Cristologico e Petriano risalenti all’VIII-XI, con chiari influssi della pittura bizantina del Medio Oriente.
La Grotta di S. Michele viene anche citata in numerosi documenti storici, a partire dal VII secolo, che attestano l’importanza del potere religioso gestito nella cavità. Addirittura in una relazione del 1614 depositata presso l’Archivio Diocesano di Salerno, si attesta di una visita del Papa Gregorio VII. Ancora oggi nella grotta l’8 maggio vi si celebra una festa caratteristica, con la statua del Santo prelevata e portata in lunga processione attraverso le frazioni al suono di pifferi e tamburi, tra fuochi artificiali.
Le campagne di scavo condotte nella Grotta di Nardantuono, infine, hanno rivelato la presenza di industrie e manufatti attestanti un costante insediamento della civiltà appenninica dall’Eneolitico sino alla metà dell’età del Ferro (Piciocchi, 1973c, 1988b)
Tratto integralmente da "Atlante delle Grotte della Campania"