Locus in fluvio Tusciano

E' intuitiva la delineazione della configurazione del territorio rurale altomedievale della pianura  pestana, a sud-est di Salerno. La nota epistola di Gregorio Magno ci tramanda che, negli anni a cavallo fra il VI ed il VII secolo esisteva una cattedrale a Paestum, momentaneamente abbandonata dal vescovo andatosene ad Agropoli. Tra le ipotesi più plausibili,  l'ordinario stava lontano dalla sua sede a causa della malaria, ma soprattutto a causa degli invasori longobardi. Ma sembra che per un vescovo era normale a quei tempi peregrinare per la sua diocesi e non soggiornare stabilmente nel palazzo episcopale. Ma in realtà tutto ciò significa che molte sedi vescovili in Italia meridionale non tentavano neppure di arroccarsi ed organizzare una qualche resistenza contro il pericolo longobardo. Ma del resto quali sarebbero state le possibilità di difesa di una città come Paestum dove le uniche infrastrutture urbane erano costituite  da  una  la cattedrale e qualche casa. La città non superava per consistenza insediativa ed estensione le dimensioni di uno qualsiasi dei villaggi della sua diocesi.

Paestum nell'alto Medievo si estendeva su un paio di ettari di superficie. Rispetto alla città lucana e romana che era una volta, s'era ridotta a meno di un sesto. Tuttavia Paestum sarà Lucania, la sede amministrativa dell'omonimo gastaldato.

La pianura si estende a nord-ovest fino a Salerno. Tra questa ed il Sele si formarono  due grandi feudi della chiesa salernitana: il feudo di Montecorvino e quello di Olevano.

Il IX secolo si apre con la costituzione del Locus Tuscianus, della signoria fondiaria del monastero di San Vincenzo al Volturno, una delle più importanti abbazie d'Europa in quegli anni.  Il possesso vulturnese nelle terre del Tusciano si definiva attraverso due poli produttivi, una cella e una curtis.
Un diploma emanato ad Aquisgrana dall'imperatore Ludovico il Pio nell'819 e riportato dal monaco Giovanni nel suo Chronicon Vulturnense del XII sec. , conferma all'abate Giosuè una lunga serie di beni posseduti dal cenobio vulturnense nell'Italia meridionale tra cui una Cella Sancti Vincencii in fluvio Tusciano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’insediamento medievale di S. Maria a Corte, sito presso la frazione di Monticelli nel Comune di Olevano sul Tusciano, si era letteralmente sovrapposto ad una villa romana sorta sul rialzo collinare prospiciente la pianura, nei pressi della via Popilia,  strada menzionata nelle carte medievali come via antiqua, e rappresenta uno dei centri amministrativi del principato longobardo di Salerno.

Una seconda curtis, ma il termine nel documento è sala, del 980, anch'essa sovrapposta ad una villa romana, si trovava sul mare, quasi sulla spiaggia, alla foce e sulla sinistra del fiume Tusciano. Si tratta di una proprietà di Gisulfo I, principe di Salerno, lasciata in eredità ai nipoti Guaimario e Guaiferio. La sala di Gisulfo sta lungo la via pubblica.

Questo giusto per sottolineare che a quanto sembra non vi erano in questa epoca particolari minacce per gli insediamenti che stavano sul piatto litorale prospiciente il mare. E che come si rileva dalla carta topografica, il territorio di Olevano sul Tusciano,  tra il IX e il X secolo, prima di confluire interamente nel patrimonio della chiesa salernitana doveva essere già ben dotato.

Ma ritornando alla Curtis di Monticelli, inizialmente di pertinenza dell’Abbazia di S. Vincenzo al Volturno, fu nell’849 acquistata dal Principe longobardo di Salerno, Siconolfo, tramite commutatio (permuta)  dall'abate di San Vincenzo la rem eius monasteri cum curte casis ecclesia in loco Tusciano.
Le strutture medievali dell'azienda agricola e della chiesa ricordate nella carta di Siconolfo, curte e ecclesia, qualificano l'importanza dell'acquisizione da parte del principe di queste terre e dell'azione ideologica sul contado, tuttavia essa è supportata dalla forte prosperità dell'economia in questa parte del locus Tuscianus.
Si tratta di un vasto distretto territoriale che si estendeva fino al mare e delimitata a Ovest dal torrente Asa e Cornea e con un arco interno seguendo i limiti settentrionali dei rilievi di Arpignano e del Monte Raione.
L'arco è ancora delimitato dalle colline del casale Cinghiali (Licianianum), i monti di Eboli e il fiume Laneum, un corso d'acqua tra il Tusciano e il Sele, che sfociava nell'area di Campolongo, scomparso a seguito delle bonifiche borboniche, postunitarie e fasciste.
Si tratta di un vasto territorio che comprende i territori degli attuali comuni di Battipaglia, Olevano sul Tusciano, Bellizzi ed in parte di Montecorvino Pugliano ed Eboli.
L'acquisizione delle terre della curtis tuscianensis permise a Siconolfo di creare un vasto dominio fondiario di circa 80 kmq.
In tal modo il principe poteva controllare direttamente un punto nevralgico dello scenario delle relazioni tra Benevento e Salerno, essendo la valle del Tusciano uno dei principali sbocchi vallivi dei monti Picentini, ed una regione attraversata da vie di penetrazione verso la pianura di Salerno.
E' probabile che proprio negli anni intorno all'849 si costituissero i primi nuclei fortificati di quelli che sarebbero poi stati il Castum Olibani e il castelluccium di Battipaglia.
E' un periodo di forti tribolazioni per la Longobardia minor in particolare a causa delle bande saracene che proprio in quegli anni devastano a più riprese le coste del salernitano e l'Italia meridionale.
Tuttavia, i Saraceni ebbero come obbiettivo la ricca Salerno e le campagne più vicine, lasciando relativamente tranquille il resto della popolazione. Tranne qualche eccezione come l'incursione di Apollofar ai tempi di Siconolfo narrato da un anonimo di Salerno "pene fluius qui Tuscianus dicitur, hac illacque discurrentes vastantesque omnia".